

Party d'arte è un gruppo di artisti di diversa formazione e modalità espressiva, accomunati però dal vivere il disagio della periferia napoletana.
Lo stesso fondatore del gruppo, Francesco De Stasio, dà inizio a questo progetto per reagire energicamente alla situazione di stallo, vuoto e solitudine esistenziale che caratterizza la vita di molti giovani che hanno avuto per sorte di nascere in terre povere di stimoli, riferimenti, istituzioni culturali.
Struttura aperta, democratica e non vincolante del gruppo, Party d'arte non ha un manifesto programmatico che vincoli in maniera rigida i propri membri; scopo suo infatti non è di promuovere un determinato modo o una determinata concezione del fare arte, ma creare, più a fondo, lo spazio stesso, fisico e sociale, perchè sia possibile ed abbia senso qualsiasi, pur elementare, manifestazione artistica.
Party d' arte offre laboratori per realizzazioni, confronti di idee, ed infine spazi ed opportunità espositive, nella consapevolezza che l' opera d' arte è pienamente compiuta solo quando esposta al pubblico; solo così infatti giunge a compimento quella oggettivazione dell' autore nell' opera e quella sua socializzazione attraverso la pubblicazione della stessa che riescono a sottrarre l' autore al suo isolamento esistenziale, dando pieno senso al suo operato e riscattandolo dal non senso angosciante della quotidianità.








Questa ottica l’idea di collaborare con Bidonville in una mostra che celebrasse la sua venticinquesima edizione.
L'idea è subito piaciuta al gruppo, che sente di avere con Bidonville una concezione comune consistente nel mettere al centro la questione della marginalità.
Il progetto consiste nell' esposizione di 25 opere, ciascuna dedicata ad una delle 25 passate edizioni di Bidonville; scegliendo come tematica un evento storico, sociale, culturale rilevante del periodo di ciascuna edizione.
Nello spirito del gruppo a ciascuno è stata lasciata massima libertà nella scelta delle tematiche e dei mezzi espressivi. Per una libera e non programmata sintonia, però, le scelte sono andate su eventi di interesse sociale; dall'11 settembre, alla guerra in Irak, dal Giubileo, allo tsunami.
Gli eventi dal mondo della cultura, quali la morte di Fabrizio De Andrè o di Kubrik, si riferiscono comunque ad autori che hanno fatto dell'emarginazione sociale, o della violenza del vivere il centro dei propri interessi.
Singolare la scelta del fondatore del gruppo che propone un omaggio al cinquantenario dei mattoncini lego, che hanno consentito a tutti noi nella nostra infanzia, di dare forma alle nostre idee; un omaggio alla possibilità offerta a tutti di esprimersi in maniera creativa.
Le modalità espressive sono le più libere e varie; dalla pittura alla fotografia, dalla scultura all'istallazione, passando per tutte le forme ibride e contaminate tra questi vari generi, nella consapevolezza che, usciti ormai dall'epoca sia dell'accademismo, sia dell' avanguardismo, sia davvero e pienamente sdoganata e legittimata ogni forma espressiva, non essendovi più una direzione privilegiata della storia e di conseguenza della ricerca artistica




Patrizia Grieco si cimenta con un tema complesso: la storia dell’umanità, cercando di penetrare la vicenda umana non attraverso la prospettiva temporale della successione dei secoli ma di cogliere l’essenza del suo essere.
Cosa c’è nel fondo della mente e del cuore dell’uomo che resta immutabile e che riemerge di volta in volta nelle epoche diverse, dalla preistoria ad oggi, da Adamo ed Eva fino ai nostri giorni e che accomuna i popoli tribali a quelli che vivono nelle società tecnologiche e moderne?
E’ affascinante osservare come l’artista abbia intrecciato lo sviluppo del tema di questa mostra con la sua storia personale e della materia stessa con la quale si esprime, la creta.
Patrizia racconta qui la propria vicenda esistenziale, a partire dalla sua evoluzione artistica, che inizia con Pulcinella sorridenti che accolgono i visitatori alla mostra, passa attraverso echi d’acqua fino alle elaborazioni più recenti di demoni antropomorfi.
Ma è anche la storia della terracotta, dalla sua origine dalla terra, attraverso la lavorazione, il modellamento fino alla cottura nei forni.
E’ la storia di quella polvere che diventa manufatto: è la nostra stessa storia, della polvere che aspira al cielo.


Siamo polvere, ovvero veniamo dalla terra. I nostri istinti sono ancora quelli animali e primordiali. Cambiano i costumi, ma dietro una maschera tribale o un tatuaggio o dietro la giacca a doppio petto dell’uomo d’affari il crogiuolo di emozioni ed istinti che spinge l’uomo all’azione appare immutabile da migliaia di anni. E’ un’istintualità che spaventa l’uomo e di cui vorrebbe in ogni modo liberarsi per dimostrare a se stesso di essere migliore e di meritare di diventare un essere celeste, divino ed eterno.
Antichi ex voto esprimono preghiere e grazie ricevute e con essi il desiderio di essere liberati dal male, desiderio che ha accompagnato l’uomo da sempre.
Il male, il demonio, il dolore, angosciano l’uomo. Il desiderio diventa allora nostalgia e la spinta a procedere si capovolge in un disperato tentativo di tornare indietro verso il giardino perduto, l’Eden, dove non c’è sofferenza né male, ma neanche la coscienza di ciò che siamo.
Ombre nella notte continuano a battere contro una porta chiusa per sempre. Adamo ed Eva erano venuti dalla terra e di essa erano impastati, come terracotta; quei due siamo ancora noi. Le loro ombre sono anche le nostre ombre, continuamente in fuga e in cerca di un rifugio, da noi stessi, dalle nostre parti più recondite ed inaccettabili. Ma non c’è altra via di uscita che procedere, andare avanti, verso il futuro, dove incontreremo ancora il tentatore che ci attende e che avrà solo cambiato pelle.

Ecco allora che da una collina di terra arida sei demoni emergono dalla polvere e dall’ombra, inquietanti e beffeggianti, per osservarci dall’alto. Ci ricordano che non possiamo sottrarci alle loro tentazioni, che ci troverebbero ovunque e che anche loro, come noi, sono fatti di terra e fuoco. A guardarli bene in viso, più che espressioni di sgomento e terrore i loro volti rimandano ad espressioni di vecchi satiri ironici.
Per l’artista la storia dell’umanità si riassume nell’evoluzione della continua tensione tra il bene e il male che si svolge all’interno dell’uomo: ma il male per Patrizia Grieco non è qualcosa di assolutamente negativo, ma può diventare una spinta propositiva di ispirazione e di azione. Sembrano in sintesi dirci questo i suoi demoni: per quanto vogliamo scacciarli non ci lasceranno perché non possiamo fare in realtà a meno di loro. Senza di loro sarebbe come raggiungere una pace eterna simile alla morte, con loro è il combattimento che ci fa vivi. E combattendo con loro troveremo la via della verità, ovvero la conoscenza di noi stessi.
Ma la conoscenza, intesa come coscienza e consapevolezza basterà a salvarci? O bruceremo nel tentativo di arrampicarci su di essa per raggiungere il cielo? Che uso fa l’uomo delle tecnologie e delle conoscenze che ha a disposizione, finirà con il distruggere se stesso ed il mondo? La catastrofe appare inevitabile ed il rogo brucia cumuli di libri e di storia. Ma ancora una volta dalla cenere riemergono le Muse. Il pensiero e lo spirito non muoiono, ma generano altro pensiero.
Forse il rogo era prestabilito o necessario? Il male ed il dolore, come il peccato sono realmente originari ed inevitabili? Così come è inevitabile, per proseguire ed uscire dalla mostra stare attenti a non calpestare le aiuole, e quindi irrimediabilmente calpestare un sentiero di bambole. Siamo sensibili solo a ciò che altri ci dicono di osservare, schierati come un esercito di burattini, Pinocchi d’oro apparentemente perfetti, completamente uniformi e direzionati verso ciò che crediamo desiderabile. Quanto dolore, anche inconsapevole, quotidianamente produciamo?
Il percorso dell’artista rimanda all’inevitabilità dell’esperienza della sofferenza e del male nella via che conduce verso la consapevolezza, il bene e la pace. Perché?
Non troveremo una risposta se non percorrendo la nostra storia.


La mostra di Patrizia lascia, come sempre, una serie di suggestioni e di riflessioni. Mi torna in mente un noto verso del poeta Fabrizio De Andrè: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
Andrea Fronzino










